Piano per le due ruote

Estensione delle piste ciclabili, ampliamento del servizio di bike sharing e costruzione del Grac, il grande raccordo anulare della ciclabilità. Questo è quanto previsto dal piano quadro varato dalla giunta il 24 marzo 2010 e approvato ieri dalla commissione Ambiente per la nostra città. Ora, per l’accettazione definitiva, occorrerà aspettare l’esame finale dell’Assemblea capitolina.

Tra le novità è indubbiamente quella del Grac che suscita curiosità ed entusiasmo. Si tratterebbe di una grande rete ciclabile che collega la città attraverso i percorsi esistenti e quelli che verranno realizzati; un progetto a cui i ciclisti urbani lavorano da anni.

Sembrerebbero quindi accolte le proposte di associazioni come BiciRoma, che aveva chiesto anche una maggiore ramificazione della piste all’interno dei municipi.

Sperando di vedere al più presto realizzate almeno una parte di queste promesse continuiamo a pedalare…

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Roma Segreta dalla A alla Z

Fino alla fine di settembre si svolgerà la seconda edizione di Roma Segreta dalla A alla Z, ricco appuntamento che vede in calendario attività culturali e visite didattiche che si susseguiranno per tutta l’estate nelle seguenti aree archeologiche: Acquedotto Vergine, Auditorium di Mecenate, Casa Protostorica di Fidene, Cisterna delle Sette Sale, Colombario di Pomponio Hylas, Insula Romana sotto Palazzo Specchi, Ipogeo di Via Livenza, Ludus Magnus, Mausoleo di Lucilio Peto, Mausoleo di Monte del Grano, Mitreo dell’Ara Massima di Ercole, Monte Testaccio, Porta Asinaria, Sepolcri Repubblicani, Trofei di Mario e Porta Magica, e Villa di Plinio.
Questa iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.
Per maggiori informazioni è possibile rivolgersi al numero 060608 (tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 21.00) oppure navigare sul sito www.060608.it

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Palazzo Barberini, la Galleria Nazionale di Arte Antica

Dopo sessant’anni, finalmente, l’intero percoso museale della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, è completo. Il ministero per i Beni culturali ha dovuto aspettare anni perché avvenisse il trasloco del Circolo Ufficiali dalle prestigiose sale al secondo piano, che alla fine per fortuna  sono state restituite alla dimensione artistica.

Sono dieci le nuove sale allestite, restaurate dall’architetto Laura Cherubini, e la loro innaugurazione vede protagonisti del calibro di Bernini, Caravaggio Canaletto e molti altri  autori italiani e stranieri.

Palazzo Barberini ospita oltre 500 capolavori dislocati tra le 34 sale, tra i quali “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio, “La Fornarina” di Raffaello e i “ritratti di Urbano VIII” di Gian Lorenzo Bernini, oltre a opere di Van Dyck, del Beato Angelico, del Tiepolo, del Tintoretto e di Tiziano.

Nei prossimi mesi si aspetta l’inaugurazione di un’area dedicata a mostre temporanee, che dovrebbe aprire con una mostra sul Guercino, in memoria del collezionista Denis Mahon.

La Galleria Nazionale di Arte antica è aperta da martedì a domenica dalle ore 8 e 30 alle 19 e 30 (la biglietteria chiude un’ora prima della chiusura del museo)

http://www.galleriaborghese.it/barberini/it/default.htm

 

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Musei – Musica e Teatro

Con l’arrivo dell’estate a Roma ricomincia il solito turbinio di manifestazioni e iniziative dell”Estate Romana”

Tra le numerose manifestazioni in programma, da segnalare “Roma in scena” l’iniziativa del Comune di Roma che dal 25 giugno al 3 settembre permetterà a diciannove spazi espositivi, dal Macro ai Musei Capitolini di rimanere aperti il sabato sera fino all’una di notte, proponendo teatro e musica dal vivo.

“Metteremo insieme musica, teatro, poesia, tutte le arti in dialogo, per rendere Roma ancora più bella – spiega Gasperini, assessore alla Cultura del Comune – e  questa iniziativa sarà anche un volano per il turismo perchè coinvolgerà anche le migliaia di visitatori che continuano ad affollare i nostri spazi museali. Offriremo un’alternativa credibile ai soliti sabati persi nelle bevute sostituendo con la cultura il nulla che anima alcune strade della nostra città”.

Tra gli eventi in programma: il 27 e 28 giugno uno spettacolo di musica e teatro nel museo di Villa Torlonia; il 7 luglio danza, letture e sfilate nel cortile di Palazzo Braschi, il 22 e 23 luglio Jazz alla Centrale Montemartini; e dal 1 al 18 settembre l’Odysseus Dance Opera al Foro di Traiano. In questi casi il biglietto per assistere allo spettacolo comprenderà anche la visita al museo.

Qui di seguito il programma:

http://roma.repubblica.it/static/rep-locali/rep-roma/interattivo/roma-scena-2011/

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Le Statue Parlanti

Le cosiddette “statue parlanti” sono l’arma con la quale Roma nel corso dei secoli si è  opposta all’arroganza e alla corruzione delle classi dominanti con un grande senso dell’umorismo.
Fin dagli inizi del XVI secolo, cartelli satirici venivano appesi nottetempo nei pressi di alcune statue che sorgevano in luoghi molto frequentati della città, così che la mattina seguente, prima di essere rimossi dalle guardie, tutti potessero leggerli.
I cartelli erano a volte  poesie, a volte dialoghi umoristici; nella maggior parte dei casi, il bersaglio della satira era il papa. E gli autori, ovviamente, rimanevano ignoti.
Il popolo cominciò ad assegnare dei soprannomi a queste statue, delle quali la più famosa era “Pasquino”; ai nostri giorni questi monumenti sembrano aver perduto la parola, ma rimangono comunque saldamente al loro posto.

Pasquino

Dal 1501 “Pasquino” si trova alle spalle della grande piazza Navona, in un piccolo slargo che dalla statua prende il nome di piazza Pasquino

Si tratta di un busto maschile, probabilmente risalente al III secolo a.C., ma così mal conservato che è impossibile dire con certezza chi rappresenti, forse un re o un eroe dell’antica Grecia.

Per alcuni Pasquino era un personaggio del rione noto per i suoi versi satirici: forse un barbiere, un fabbro, un sarto o un calzolaio.

Invece, secondo Teofilo Folengo,  mastro Pasquino è stato un ristoratore che conduceva il suo esercizio nella piazzetta.

Un’ipotesi recente sostiene che fosse piuttosto il nome di un docente di grammatica latina di una vicina scuola, i cui studenti, notandovi una rassomiglianza fisica, avrebbero lasciato per goliardia i primi fogli satirici.

Vi è anche un’altra versione che vorrebbe collegare il nome della statua a quello del protagonista di una novella del Boccaccio (Decamerone, IV) morto per avvelenamento da salvia, erba nota invece per le sue qualità sanifiche: il nome quindi sarebbe stato ad indicare chi viene danneggiato dalle cose che si spacciano per buone (come poteva essere, in quel contesto, il potere papale).

Questa tradizione durò fino allo scorso secolo, e le burle contenute nei cartelli presero il nome di “pasquinate”.

Una delle più celebri è quella diretta al papa Urbano VIII, della famiglia Barberini, che fece togliere a Bernini le residue parti bronzee del Pantheon per utilizzarle nella realizzazione del grandioso baldacchino nella basilica di San Pietro (1633): «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini» sentenziò Pasquino.
Rivolto ad Alessandro VIII (il veneto Pietro Ottoboni), papa solo dal 1689 al 1691, ma corrotto e scialacquatore, comparve sulla statua «Allegrezza! Per un papa cattivo abbiamo Otto-Boni».

 Marforio

“Marforio” è una lunga figura barbuta distesa su un fianco, che decora il cortile di Palazzo Nuovo, un’ala dei Musei Capitolini.
Forse rappresenta un’allegoria di un fiume (il Tevere?) o forse è Nettuno, il dio dei mari.
Il suo luogo originario di provenienza è il Foro Romano, da dove venne spostato nel tardo XVI secolo.

Marforio era considerato la “spalla” di Pasquino, poiché in alcune delle satire le due statue dialogavano fra di loro: una faceva domande riguardo ai problemi sociali, alla politica, ecc., e l’altra dava risposte argute, una sorta di botta e risposta su problemi sociali e politici.

Ad esempio, quando sotto l’occupazione francese (1808-1814) Napoleone cominciò a razziare i tesori d’arte di Roma, Marforio interrogò come al solito il compagno: «È vero che i Francesi sono tutti ladri?» Risposta di Pasquino: «Tutti no, ma Bona Parte».

 Facchino  

E’  una piccola fontana che rappresenta una figura maschile, il cui viso è andato quasi del tutto perduto, nell’atto di versare acqua da una botte; l’abito indossato dalla figura è il costume tipico della corporazione dei facchini, da cui il nome del personaggio.

La statua originariamente si trovava sulla facciata principale di un palazzetto lungo via del Corso, a un centinaio di metri dalla centrale piazza Venezia, ma oggi non esiste più, essendo stato sostituito nel ‘700 dall’assai più grande Palazzo De Carolis, oggi noto anche come Palazzo del Banco di Roma. Quando quest’ultimo fu edificato la fontanella fu risparmiata, ma poi nel 1874 fu spostata a via Lata, proprio dietro l’angolo della sua collocazione originaria.
Risale alla seconda metà del XVI secolo e secondo una tradizione popolare fu ispirata dalla figura di un acquarolo, colui cioè che raccoglieva acqua dalle fontane pubbliche per rivenderla porta a porta, a modico prezzo.

 Madama Lucrezia            

Questo enorme busto marmoreo, alto circa 3 metri, proviene da un tempio dedicato a Iside e raffigura una donna, forse una sacerdotessa di questo culto o forse la stessa Iside.
Il soprannome gli deriva da una nobile dama piuttosto conosciuta, di nome Lucrezia d’Alagno, che visse nel XV secolo.
Era l’amante del re di Napoli Alfonso V di Aragona, il quale era già sposato; per questo motivo Lucrezia nel 1457 venne a Roma e tentò di ottenere dal papa la concessione del divorzio per il sovrano, ma gli fu rifiutata. L’anno seguente il re morì; l’ostilità del suo successore (il figlio legittimo Ferrante) costrinse la dama a trasferirsi a Roma, dove abitò presso la suddetta piazza.

Abate Luigi   

La statua si trova in piazza Vidoni, non lontano da piazza Navona, sul muro sinistro della chiesa di S.Andrea della Valle.
Raffigura un uomo con una toga di foggia tardo-romana; il soprannome fu probabilmente ispirato al sacrestano della vicina chiesa del Sudario, il quale – secondo la tradizione popolare -somigliava molto alla figura scolpita.
La piazza era la collocazione originale dell’Abate, ma nel corso dei secoli la statua cambiò sede diverse volte, tenuta in scarsa considerazione, finché nel 1924 non fu ricollocata nel medesimo spiazzo.

 Il Babuino 

E’ la raffigurazione di un “sileno giacente”su una base rocciosa, davanti alla chiesa di Sant’Attanasio dei Greci, nella centrale via del Babuino. Funge da elemento decorativo ad una fontana semplicissima, una volta usata per abbeverare i cavalli, sul cui bordo il vecchio personaggio sta appollaiato sin dal Rinascimento.
Il soprannome dato alla figura è la conseguenza della faccia ghignante del sileno, ora resa ancora più grottesca dall’usura del tempo.

Oggigiorno la maggior parte delle statue parlanti di Roma sembra aver perso la favella. Solo Pasquino si mantiene fedele alla tradizione: la sua base è sempre ricoperta da una varietà di graffianti satire in versi, tipicamente rivolte a chi detiene il potere. Ovviamente gli autori dei componimenti satirici non rischiano più di finire in carcere, come accadeva una volta, ma vige ancora l’usanza di lasciarli senza firma. Ed è tutt’ora usanza per i passanti di ogni età  fermarsi a leggere gli ultimi commenti di Pasquino.

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Cloaca Maxima

Il più grande dei collettori romani ancora funzionante, la Cloaca Maxima ebbe origine dalla canalizzazione di un corso di acque di scolo che dal Foro Romano si dirigeva verso il “vicus Tuscus”, seguiva un percorso serpeggiante attraverso il Velabro, il Foro Boario e, dopo aver disegnato un’ampia curva, andava a sboccare nel Tevere all’altezza di Ponte Emilio.

Le pareti del primo tronco del manufatto sono in blocchi di pietra gabina, in esse, lungo il percorso, si immettono gli imbocchi di fogne minori ricoperte a cappuccina. Originariamente il condotto correva a cielo aperto, in un secondo tempo, II – I sec. a.C. fu realizzata la volta in conci di tufo litoide, interrata in vari punti da restauri in opera a sacco o in cortina laterizia; allo sbocco nel Tevere la fogna mostra una triplice armilla in peperino.

La sezione del condotto è all’argine di m.2,70 di altezza per m.2,12 di larghezza, aumenta quindi progressivamente fino a raggiungere, alla fine del percorso, l’altezza di m.3,30 e la larghezza di m.4,50. Il tratto finale fu rettificato in relazione alla costruzione di un muro che fiancheggiava la sponda del fiume. Il tratto di proprietà comunale del condotto è quello che va da via del Velabro allo sbocco.

Manca uno studio organico sulla Cloaca Massima: le difficoltà presentate dal percorso inducono gli archeologi, oggi come nel secolo scorso, ad indagare soltanto il primo tragitto visitabile. Una parte della cloaca (all’altezza della Torre dei Conti) è a tutt’oggi ancora funzionante.

 

 

 

 

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Il Mitreo di Santa Prisca

Nel 1934-1935 alcuni scavi realizzati sotto la chiesa di S.Prisca sull’Aventino portarono alla scoperta di un complesso piuttosto ampio di abitazioni risalenti al I secolo d.C. I

Alla luce di studi recenti si ritiene che si tratti della casa e delle Terme di Lucio Licinio Sura, politico e generale molto influente sotto Traiano, di cui era amico e consigliere. Ciò sarebbe anche confermato dalla Forma Urbis Severiana, che in quest’area, adiacente al Tempio di Diana, indica la presenza delle Terme Surane
Alcuni bolli laterizi fanno risalire la costruzione dell’edificio al 95 d.C. All’incirca intorno al 110 d.C. quest’ultimo fu chiuso e trasformato in abitazione. Nello stesso periodo un’altra casa posta subito a sud di questa venne invece ingrandita con la costruzione di un ninfeo. Alla fine del II secolo fu realizzata un’ulteriore abitazione a due navate sulla quale si impiantò l’attuale chiesa. La tradizione vuole far risalire quest’ultima casa all’abitazione dei coniugi ebrei Aquila e Prisca, che qui accolsero i Santi Pietro e Paolo; all’interno di essa sarebbe nata una ecclesia domestica e successivamente il vero e proprio titulus paleocristiano.

Sempre alla fine del II secolo si fa risalire la realizzazione del mitreo, che si impiantò all’interno del quadriportico, a suo tempo già trasformato in abitazione, e che si trova nel sottosuolo subito dietro l’abside dell’attuale chiesa.
Il mitreo rimase in funzione fino al IV secolo, quando subì una devastazione violenta, con tutta probabilità da ascriversi agli stessi cristiani che eressero S.Prisca.

L’accesso ai sotterranei avviene dal giardino posto a destra della chiesa. Scendendo delle scale si entra in un primo ambiente, nel quale sono visibili i resti del ninfeo a emiciclo di una delle abitazioni del complesso.
Nel secondo ambiente, inglobati nelle murature, sono visibili degli imponenti rocchi di colonne in peperino del diametro di 90 centimetri, provenienti, con tutta probabilità, dal vicino Tempio di Diana.
L’ambiente successivo al quale si accede è la cripta, risalente al XII secolo, collegata con una scala alla chiesa superiore.
Si giunge così al complesso mitraico: l’aula, con volta a botte, è, come consuetudine, stretta e lunga,  e questa caratteristica fu ancor più accentuata quando l’originario vestibolo, lungo 6 metri e largo 4, fu aggiunto all’aula stessa, che passò così da 11 a 17 metri di lunghezza. Nel vestibolo è individuabile un pozzetto di scolo, forse la fossa sanguinis utilizzata per il sacrificio di piccoli animali durante il rito in cui si rievocava l’uccisione del toro da parte del dio.
Due nicchie all’ingresso accoglievano le statue dei dadofori Cautes (personificazione del giorno) e Cautopates (personificazione della notte); solo il primo è ancora al suo posto.

Sui lati dell’aula due lunghi podi in muratura, sui quali prendevano posto i fedeli. Sul fondo l’altare, dietro al quale si apre una grande nicchia intonacata a pomice, all’interno della quale troviamo degli altorilievi in stucco rappresentanti Mitra vestito solamente di un mantello rosso svolazzante che uccide il toro. Davanti a lui, in posizione distesa, la figura di Saturno (o Oceano), realizzata con pezzi di anfore ricoperte di stucco. All’interno della nicchia, sulla sinistra è da notare un’incisione, realizzata da un fedele, nella quale egli dichiara di essere nato il 21 novembre del 202 d.C., probabilmente la data della sua iniziazione al culto. Altri hanno voluto interpretarla come la data di inaugurazione dello stesso mitreo.
Le pareti laterali erano ricoperte di pitture, oggi visibili e leggibili solo in parte, anche perché si tratta di due strati sovrapposti, rappresentanti le stesse scene, realizzati nel 200 e nel 220 d.C.. Sulla parete di destra si riconosce una processione di personaggi rappresentanti i sette gradi di iniziazione del culto, ad ognuno dei quali è abbinata una frase che inizia sempre con la parola persiana Nama, vale a dire “onore” , quindi il grado di iniziazione, a seguire la parola tutela, (“sotto la protezione”), abbreviata in vari modi, per chiudere con il rispettivo pianeta che proteggeva quel grado di iniziazione. Una come esempio: “Nama leonibus, tutela Iovis”, vale a dire “Onore ai leoni (il quarto grado di iniziazione), sotto la protezione di Giove”.
La parete è poi interrotta da una tamponatura: essa nasconde la porta dalla quale originariamente si accedeva al santuario sotterraneo.

Più in avanti, in direzione dell’altare, sono raffigurati dei personaggi reali, vicino ad ognuno dei quali è riportato il nome; essi si dirigono verso una figura seduta, identificabile con il Pater, vale a dire il grado più alto raggiungibile, al quale portano degli oggetti, forse delle offerte: un toro, un gallo, un cratere, un montone ed un maiale.
Sulla parete sinistra si vedono altri personaggi in processione e verso l’altare la rappresentazione del patto di alleanza fra Mitra ed il Sole, che avviene con un banchetto all’interno di una grotta.
Sulla sinistra dell’aula, in direzione Nord, si aprono altri tre ambienti. Quello posto in prossimità dell’altare era probabilmente l’Apparatorium, dove erano conservati gli arredi, le lucerne e i vestiti degli adepti: una vera e propria sacrestia ante litteram.
La stanza di sinistra era quella dedicata al rito iniziatico cui si doveva sottoporre chiunque volesse abbracciare questo culto: in cosa consistessero queste prove non si sa esattamente. Da lì il fedele passava nell’ambiente centrale, il Caelus, nel quale, alla presenza del Pater avveniva il rito della purificazione, simile al battesimo, con l’utilizzo di acqua: sul pavimento sono visibili, infatti, i resti di una vasca. Sulla nicchia di fondo sette cerchi concentrici affrescati rappresentano i sette pianeti allora conosciuti.
Nel mitreo fu rinvenuta una bellissima opera in opus sectile raffigurante il Dio Sole, oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

Il Mitreo di S. Prisca rimane aperto la 2ª e la 4ª domenica del mese per i singoli alle ore 16, per i gruppi alle ore 15 e 17, riservato a visite didattiche o accompagnate.

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